21 agosto 1968  

I carri armati russi invadono la Cecoslavacchia

Le scene riprodotte nelle foto provengono da diapositive pervenute clandestinamente al titolare del dominio,   all'indomani dell'occupazione di Praga. Esse sono state scattate da un docente dell'Università di Praga, direttamente coinvolto nel processo di democratizzazione attivato in Cecoslovacchia dal premier Alexander Dubček, soffocato sul nascere dalla Dittatura sovietica dell'epoca. Il brano che segue é tratto da STORIA in NETWORK, l'autore è Paolo Tomaselli, studente della Ca' Foscari di Venezia.

 

 

"Martedì 20 agosto fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l'intero paese era tranquillo…era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito." Così Alexander Dubček, leader della Primavera di Praga, ricorda quel giorno del 1968 nella sua autobiografia "Il socialismo dal volto umano" edita nel 1997 presso Editori Riuniti.  Fu un giorno che segnò l'apertura di una ferita lunga più di vent'anni e che vide i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, U.R.S.S., Bulgaria, Ungheria, Polonia e Germania Est (la Romania non aderì), calpestare le strade di Praga, permettere la parola fine a un processo politico il cui obiettivo, sempre secondo Dubček, doveva essere "la creazione delle condizioni necessarie a ogni individuo per autoaffermarsi in tutte le sfere del lavoro e della vita".

 

Quel giorno si tenne, come da programma, la riunione della presidenza del Pcc (partito comunista cecoslovacco), presieduta dallo stesso Dubcek, in cui si dovevano consolidare le conquiste della Primavera di Praga e rafforzare le basi per tradurre in pratica il Programma d'Azione e aprire la strada ad altre riforme, nonché preparare le risoluzioni per l'imminente XIV congresso del partito. Ma la riunione si interruppe poco prima di mezzanotte, quando il premier Cernik fu avvisato telefonicamente dell'invasione. Dubček è onesto nell'ammettere che la sua interpretazione dei disegni sovietici si era dimostrata del tutto errata: "Quella notte compresi quanto profondo fosse stato il mio sbaglio -scrive- le esperienze drastiche dei giorni e dei mesi che seguirono mi fecero capire che avevo a che fare con dei gangster".  Infatti...

 

Quella notte del 20 agosto fu solo l'inizio della fine delle aspirazioni democratiche di una buona parte della dirigenza politica e della popolazione cecoslovacca. Naturalmente una resistenza militare si rivelò impossibile per la disparità di forze in campo, ma i sovietici non riuscirono comunque nel loro intento di dare una giustificazione legale all'invasione e inoltre, nei convulsi giorni di quella fine estate dimostrarono di non agire secondo un piano ben organizzato, dando l'impressione di improvvisare, in modo anche grossolano, buona parte delle loro mosse. Dubček ed altri esponenti politici cecoslovacchi furono sequestrati e portati al Cremlino, al cospetto della dirigenza brezneviana, dove cominciarono le "trattative" per ristabilire la situazione politica nel paese invaso, naturalmente alle condizioni sovietiche che vedevano il nemico principale nella politica riformista del nuovo corso, apertosi nel gennaio del 1968 con l'elezione di Dubček a capo del Partito. Come ricorda l'attuale presidente della repubblica Ceca Vaclav Havel, in un suo scritto del 1978 "Il potere dei senza potere", "il tentativo di riforma politica non fu la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo." Proprio per questo le stesse parole di Havel quando afferma che "la Primavera di Praga è stata la proiezione finale di un lungo dramma nell'ambito dello spirito e della coscienza della società" ci rendono almeno parzialmente l'idea di quella che fu la tragedia cecoslovacca, che ebbe inizio il 20 agosto.

 

Al termine di quei giorni estenuanti, in cui le sollevazioni popolari vennero sapientemente evitate per evitare un inutile spargimento di sangue, il 26 agosto, il diktat di Mosca risultò aperto ad alcune concessioni e a blande ammissioni di colpa. Ma per tutta la Cecoslovacchia quelli furono i giorni dell'umiliazione e della resa che si protrassero fino alla primavera del 1969, quando la Primavera di Praga fu definitivamente seppellita, dopo il cambiamento di quadri politici e l'insediamento nelle più alte cariche statuali di uomini di provata fiducia del Cremlino. Il popolo cecoslovacco fu duramente fiaccato nell'animo e il rogo del 19 gennaio di quell'anno in cui si spense volontariamente il giovane Jan Palach fu la più tragica testimonianza del dolore per la definitiva perdita di libertà, ma soprattutto di speranza che colpì quel popolo.

Ma perché quell'invasione di trent'anni fa e soprattutto in cosa consistevano le ambizioni di quel paese satellite, così bruscamente calpestate dall'Urss e dai carri armati degli altri paesi del Patto? La risposta ce la fornisce Francesco Leoncini, docente di Storia dei Paesi Slavi all'Università Ca' Foscari di Venezia, in un suo intervento sulle pagine del numero 126 dell'aprile 1999 del mensile Storia e Dossier, in cui spiega, in maniera sintetica quanto efficace, quale strada avesse imboccato la Cecoslovacchia nel 1968:

"Non erano la Cina di Mao né la Cuba di Castro i modelli e i simboli che mobilitavano le masse cecoslovacche, quel vago terzomondismo sempre in agguato nella sinistra, soprattutto italiana, ma il maturo convincimento che era necessario andare avanti nell'umanizzazione della società: questo era stato l'anelito bruscamente interrotto dopo il 1948; combattevano per mettere l'uomo al centro della società e non certo gli interesse del capitale o del Partito".

Una battaglia, quella cecoslovacca che ha conosciuto troppi anni di sconfitte e che ancora oggi dopo la divisione del paese in due democrazie, quella ceca e quella slovacca, fatica a trovare i mezzi migliori per entrare sulla scena europea senza il pesante fardello della memoria delle ingiustizie subite.