Le Statue parlanti

 

    Sono comunemente definite  "parlanti" le statue alle quali il popolo,  ai tempi del dominio pontificio, soleva appendere scritti che  irridevano all'operato del governo.
   Di queste antiche statue riproducenti, l'Abate Luigi, il Facchino,  Madama Lucrezia, Marforio, il Babbuino e Pasquino,  solo la prima  assolve  ancora a questa funzione ed é per questo motivo che le dedichiamo un pò più di attenzione.

                         

     Marforio                                                   Babbuino

 

                                     Pasquino                        Madama Lucrezia         Facchino                    Abate Luigi           

 Pasquino -

      All’angolo di palazzo Braschi in Roma,  dove fu rinvenuto durante lavori di restauro dell’edificio disposti dal potente cardinale Oliviero Carafa nel 1501, è collocato un torso mutilo, comunemente conosciuto come  “Pasquino”.

      Si ritiene che sia una copia romana di un antico gruppo marmoreo,  attribuito a Pergamo, noto scultore ellenico del III-II secolo a.C., raffigurante  Menelao che sostiene e difende Patroclo, colpito a morte da Ettore nella guerra di Troia.

 Secondo Giacomo Mazzocchi, sindaco di palazzo dell’epoca, a chiamare “Pasquino” la figura marmorea dalle occhiaie spettrali collocata oggi nell’omonima piazza, furono gli studenti del ginnasio sito nel Rione Parione che intendevano così  beffarsi del loro insegnante che, per l’appunto,  si chiamava Pasquino.

    Questi, sarto, ciabattino o insegnante che fosse, era noto come   un individuo beffeggiatore, portato alla satira  per cui   “pasquinate” furono definiti gli epigrammi e gli anonimi sonetti satirici, redatti  in latino maccheronico o in dialetto, che dall’epoca di Leone X venivano sistematicamente attaccati al piedistallo del torso marmoreo.

     Gli autori degli scritti  erano  persone colte e  bene informate sugli affari di Stato, di solito scrittori e uomini di Curia che talvolta, scoperti,  pagarono con la pena di morte o la confisca dei beni il  loro modo di fare  opposizione contro i Pontefici e le loro Corti in particolare.

     La prima raccolta di “pasquinate” risale al 1509. L’ultima apparve il 18 settembre 1870, l’antivigilia della presa di Porta Pia, affissa ad un’ acquasantiera della Basilica di S. Pietro:

“Santo Padre benedetto / Ci sarebbe un poveretto / che vorrebbe darvi un dono: / quest’ombrello. E’ poco buono, / Ma non ho nulla di meglio / Mi direte: a che mi vale? / “tuona il nembo, santo Veglio!… / E se cade il temporale?”.

    In occasione della visita di Hitler a Roma, quando  la capitale fu addobbata con facciate ed archi trionfali posticci in onore del dittatore tedesco che della Città era ospite, il moderno Pasquino scrisse: ”Roma de travertino, / vestita de cartone, / saluta l’imbianchino / suo prossimo padrone”.

         Ancora oggi, però, diversi sono i fogli intitolati a   “Pasquino” e numerosi  i  “soliti ignoti” che sistematicamente fanno le bucce ai potenti utilizzando lo pseudonimo che da secoli è, ad un tempo, sinonimo di sarcasmo e di satira.

 Pasquinate di ieri  e di oggi -

    “Qui giace Alessandro sesto. È sepolto con lui / quanto venerò: il lusso, la discordia, l’inganno, / la violenza, il delitto”, scritta in occasione della morte di papa Alessandro VI Borgia (1492-1503), accusato con tutta la sua famiglia di violenza, lussuria e crudeltà;
 

      Per la morte di papa Leone X Medici (1513-1520), che usava per pagare i grandi progetti artistici a Roma e a Firenze con i denari che provenivano dalla vendita delle indulgenze Pasquino firmò: “Gli ultimi istanti per Leon venuti, / egli non poté avere i sacramenti. / Perdio, li avea venduti!”

    "Ecce qui tollit peccata mundi” (Ecco colui che toglie i peccati del mondo) fu il motto  che venne appeso sul piedistallo della statua mutila assieme al ritratto del medico  di papa Clemente  VII de' Medici (1523-1534) dopo la morte del Pontefice, provocata forse dall’imperizia del suo archiatra.

     Paolo III Farnese (1534-1549), fu un  papa grandissimo benché  accusato di "nepotismo", cioè di avere concesso ricchezze e poteri ai suoi parenti. Pasquino gli dedicò il seguente epigramma: “In questa tomba giace / un avvoltoio cupido e rapace. / Ei fu Paolo Farnese, / che mai nulla donò, che tutto prese. / Fate per lui orazione:/ poveretto, morì d'indigestione”.

   Anche  Donna Olimpia Pamphilj (Pimpaccia), la cognata di Papa Innocenzo X Pamphilj (1644-1655) fu presa di mira: “Per chi vuol qualche grazia dal sovrano / aspra e lunga è la via del Vaticano. / Ma se è persona accorta / corre da Donna Olimpia a mani piene / e ciò che vuole ottiene. / È la strada più larga e la più corta”.

 
Si riportano, qui di seguito, alcune moderne "pasquinate"                 

·     filastrocca ( a chi tocca, tocca)

·     Internette                                                  

·     Ma chi lo "lega"